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9 febbraio 2016

Teste di legno

Si inaugura venerdì 12 febbraio, alle ore 18.00, nel Foyer del Teatro Biondo di Palermo la mostra Teste di legno dello scenografo Roberto Lo Sciuto. Sottraendo all’oblio e a un destino di rottamazione le teste e testine di legno che gli artigiani siciliani avevano preparato per realizzare i pupi della tradizione, Lo Sciuto reinventa un immaginario poetico e teatrale. Le sue opere sono sculture, figurine tridimensionali o veri e propri quadri materici, scatole magiche all’interno delle quali le teste di legno “abbandonate” trovano una nuova vita.

Ricontestualizzando le teste, pitturandole, ornandole e assemblandone con altri materiali riciclati – legno, utensili, crinoline, vecchie immagini, passamanerie – l’artista inventa un mondo dei balocchi, enigmatico e divertente allo stesso tempo, che mantiene un legame con l’immaginario popolare del teatro di figura pur rivendicando una propria autonomia concettuale.

«Le scarabattole e le installazioni di questa mostra – scrive Piero Longo – sono invenzioni di straordinario impatto visivo e culturale, poiché ampliano il senso originario degli apparati dei “mestieri” dei pupari e degli oggetti artigianali della tradizione popolare palermitana e si impongono per la loro diversità, sia sul piano della funzione sia su quello estetico».

Roberto Lo Sciuto, scenografo e animatore di associazioni culturali palermitane, tra le quali Punto Rosso e Voltaire, ha realizzato illustrazioni per diversi progetti editoriali, fra cui Il teatro Massimo in 3d. Ideatore e curatore di rassegne e mostre, è stato docente di Scenotecnica presso il Laboratorio Teatrale Comunale di Monreale, dal 1991 al 1994, e dell’Opera Laboratorio dal 1994 al 2000. Autore di numerosi allestimenti scenici teatrali e cinematografici, tra gli altri: Die Vater der Nardino, 1989; La corda, 1988; Dialoghi, 1989; Odisseo, 1989; Lunaria, 1991; La Grotta delle parole, 1991; Il Festino avanti cena del Giovedi Grasso, 1992; Quegli angeli ladri, 1992; Deserto azzurro, 1991; I messaggeri, 1993; Duemila e una notte, 1993; Un giorno di regno, 1995; Santa Fortunata, 1995; I Vicerè e il Pirata, 1995; Fotoromanzi con morale, 1997; Adina, 1998; Palermo schreit nicht, 2000; L’angelo e il Golem, 2000; Palermo sussurra, 2001; Don Giovanni, 2006; Addio del passato, 2009; La serva padrona, 2008; Il giocatore, 2008; Violetta, a Traviata, 2008; Scene de Boheme, 2009; Bastiana e Bastiano, L’oca del Cairo, 2009; Elisir d’amore, 2011; Don Pasquale, 2012; La carovana volante, 2013; Le nuvole di carta, 2014; Un errore umano, 2014.

Ha collaborato, tra gli altri, con i registi Wolf Gaudlitz, Claudio Collovà, Roberto Andò, Beatrice Monroy, Mauro Avogadro, Mimmo Cuticchio, Simone Alaimo, Giuseppe Cutino, Gigi Borruso. Alcuni suoi allestimenti sono stati a New Delhi, Mumbai, Kolkata. Ha fatto parte del comitato creativo del 388° Festino di Santa Rosalia nel luglio del 2012.

«Il rapporto creativo e l’interscambio tra le classi colte e quelle popolari hanno trovato, per certi aspetti riconoscibili nella Pop-Art, un anello di congiunzione estremamente libero e vitale, unificando nell’oggetto estetico, ritrovato o inventato, la doppia esigenza della innovazione e della tradizione. La ricerca, come chiave interpretativa della realtà nei suoi vari livelli di comprensione tra razionalità e astrazione, ingenuità e istintività, che è dunque alla radice di ogni fare estetico, lo è soprattutto nel caso di quegli artisti colti che si ispirano o utilizzano le esperienze della tradizione manipolandone il linguaggio e reinterpretando le espressioni estetiche codificate in funzione di una nuova dimensione materiale che da esse prende l’avvio.

Le “teste di legno” dall’arte popolare, nella manipolazione creativa di Roberto Lo Sciuto, ripropongono appunto il tema fascinoso dell’avventura che s’apre verso un ignoto risultato estetico, quando si parta da quello già dichiarato, e si riferiscono ad assemblaggi altri e a un loro uso improprio che dà nuovo senso e significanza all’antico linguaggio artigianale da cui erano nate. 

Gli altaroli e i teatrini, i pupi, i quadri, le scarabattole e le installazioni di questa mostra sono infatti invenzioni di straordinario impatto visivo e culturale poiché ampliano il senso originario degli apparati dei “mestieri” dei pupari e degli oggetti artigianali della tradizione popolare palermitana in particolare, e si impongono per la loro diversità sia sul piano della funzione che su quello estetico.

Tutto questo fare e questa idea del riciclaggio nasce da quelle nude teste di legno che dovevano andare al macero o essere bruciate perché ormai merce non più richiesta e che il nostro artista compra per poco prezzo salvandole dal fuoco e ridando loro corpi e vite diverse per le quali erano state intagliate dall’artigiano, che nel suo lavoro seriale ne aveva omologato profili e sguardi, volto ed espressioni in funzione, appunto, di quel diverso assemblamento che esse avrebbero subito se il destino, in questo caso il costruttore dei pupi, le avesse scelte per essere Orlando o Carlo Magno, Angelica o Marfisa o anche un ignoto paladino del mestiere di qualche puparo. Invece Roberto, anche se inconsapevolmente, capiva che esse sarebbero servite a vivere in altre storie e con altri destini e intendimenti.

E in effetti eccoli qua, tra pop e minimal, questi oggetti estetici che la sua azione di assemblaggio, con altra intuizione e altro intento, ha inventato declinando creativamente la potenzialità espressiva che esse, in quanto teste senza volto ben definito, avevano e che oggi mostrano nella irriconoscibilità di un ruolo allusivo e fuori contesto, un aspetto altro che trasforma l’Opra dei pupi e le icone sacre della religiosità popolare in oggetti estetici della postmodernità e che con laica ironia parlano una nuova lingua, traducendo da quella originaria il mondo e le sue frivolezze e deliri. Ma anche la sua ingorda stupidità o la sua astuta acquiescenza all’apparente disordine che sottintende invece quell’ordine naturale che rende giustizia, tutto evolvendo, annientando e riciclando secondo la legge del caso e della necessità che regola l’universo e la logica matematica che lo governa. Una logica per noi irrazionale quando sosteniamo orgogliosamente che la nostra soltanto, quella razionale appunto, è l’unica possibile e accettabile e così pensando orgogliosamente ci sostituiamo anche al dio dei filosofi o al Dio dei teologi, anche quando ci crediamo».

Piero Longo

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