sala strehler
dal 28 febbraio al 10 marzo 2024
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Ti dico una cosa segreta

Prima assoluta

di Rosario Palazzolo
con Simona Malato, Delia Calò, Chiara Peritore
scene Mela Dell’Erba
light designer Gabriele Gugliara
musiche originali Gianluca Misiti
aiuto regia Angelo Grasso
regia Rosario Palazzolo
produzione Teatro Biondo Palermo


Con questo spettacolo Rosario Palazzolo conclude il Dittico del sabotaggio, avviato la scorsa stagione con Se son fiori moriranno. Tornano dunque in scena Adele, sua figlia Luisa e le loro proiezioni mentali, in una situazione che sovverte più che mai i principi della realtà. Palazzolo gioca con la parola e con la verosimiglianza, intrecciando i piani narrativi e sfidando il pubblico, che ancora una volta è chiamato in causa con lo scopo di mettere in discussione le proprie certezze. «Ogni cosa – spiega l’autore e regista – sarà capovolta, contestata, messa in dubbio. O almeno lo desidero parecchio. Perché si parla per l’appunto di sabotaggio, e io l’intendo per come lo intendo io, ovvero principalmente un auto sabotaggio, che partendo da ciò che è costruito si prenda il lusso di smantellarlo, e che però nel farlo abbia a cuore la relazione con un qualche pubblico, affinché l’arte non sia soltanto contemplativa ma che si faccia carne, e non certo nel senso evangelico, beninteso, ma nel modo in cui essa è vivente, per cui costretta alle continue variazioni di prospettiva, agli incessanti mutamenti spazio temporali, a tutti i capricci del caso». Al centro di questa nuova incursione drammaturgica nei territori della nostra “cattiva” coscienza, ci sono i fantasmi: «Con Ti dico una cosa segreta – spiega Palazzolo – acchiapperò tutti i miei fantasmi, e li metterò a sedere. O perlomeno ci proverò. Del resto, pensateci. Pensate ai miei fantasmi, oppure ai vostri, a tutte le pareti che hanno oltrepassato, le urla che hanno approntato, gli oggetti che hanno spostato. E adesso immaginateveli seduti su una poltrona, magari la stessa in cui sedevano da vivi, epperò adesso sono morti, sono fantasmi, non ci sono più. E la poltrona invece c’è. È un pensiero intollerabile».
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