sala grande
dal 28 febbraio all’8 marzo 2020
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Marat Sade

di Peter Weiss

regia Claudio Gioè
con la collaborazione artistica di Alfio Scuderi 
con (in ordine alfabetico) Silvia Ajelli, Antonio Alveario, Maurizio Bologna, Valentina D’Agostino, Giulio Della Monica, Ermanno Dodaro, Claudio Gioè, Gaia Insegna, Filippo Luna, Raffaele Pullara, Fabrizio Romano

personaggi e interpreti
Il Marchese di Sade Claudio Gioè
Jean-Paul Marat Filippo Luna
Simonne Evrard Gaia Insegna
Charlotte Corday Giulia Andò
Duperret Fabrizio Romano
Jacques Roux Maurizio Bologna
I quattro cantori:
Kokol Giulio Della Monica
Polpoch Ermanno Dodaro
Cucurucu Raffaele Pullara
Rossignol
Il banditore Silvia Ajelli
Coulmier, il Direttore Antonio Alveario

scene e costumi Enzo Venezia
musiche originali Andrea Farri
produzione Teatro Biondo di Palermo

 

Durata 2 h
Due atti


La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade

Manicomio di Charenton, 1808. Il Marchese de Sade è ospite obbligato da qualche anno. Qui finirà i suoi giorni nel 1814. Per una sorta di spirito progressista del direttore Coulmier, gli viene concesso di scrivere e mettere in scena dei drammi insieme agli altri internati.

Questo è lo spunto storico dal quale è partito Peter Weiss per cominciare a scrivere, nel 1963, il Marat-Sade, che andò in scena per la prima volta allo Schiller Theater di Berlino nel 1964 con la regia di Konrad Swinarski. Tre anni dopo, alla vigilia di quel ’68 che scuoterà l’Europa e il mondo intero, questo dramma in due atti, che propone una potente riflessione sul senso della rivoluzione francese e dei suoi protagonisti, avrà la sua consacrazione nella versione cinematografica di successo diretta da Peter Brook.

Il testo di Weiss vede da un lato il personaggio di Marat, “marxista” ante-litteram, completamente immerso nella necessità dell’azione, un rivoluzionario puro, e dall’altro il borghese intellettuale Sade, che rivendica l’importanza di un individualismo soggettivo e libero che anticipa le derive solipsistiche dell’intellettuale moderno. Tesi ed antitesi sono messe in scena da una compagnia di pazzi diretta dallo stesso Sade, e il manicomio diventa un luogo dove la libertà viene evocata e agita in tutta la sua forza.

Come spiega Claudio Gioè: «è forse questo il testo di Weiss che più riflette sulla propria dicotomia autobiografica che lo vede autore e intellettuale a metà tra Artaud e Brecht. Il linguaggio scelto è esattamente a metà strada tra il teatro oggettivo di Brecht che vuole “cambiare il mondo” e le esperienze espressioniste del teatro della crudeltà di Artaud. Mi sembra che una riflessione sul senso della rivoluzione francese che provenga dal sud d’Europa oggi possa essere utile e necessaria».

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