Goethe pubblicò Ifigenia, in prosa, nel 1787, ma dopo il viaggio in Italia la trasformò in versi. L’opera riflette tutti i principi della Schoene Seele, cioè “l’Anima Bella”, cardine del teatro del classicismo di Weimar, presente tra l’altro in molti drammi di Schiller. La vicenda riprende quella dell’Ifigenia in Tauride di Euripide, ma con alcune sostanziali differenze. L’Ifigenia goethiana, infatti, non ama i compromessi e per questo decide di confessare il suo progetto di fuga al re Toante, cui è legata da immensa gratitudine. Sono infatti giunti in Tauride suo fratello Oreste, in preda alla follia per aver ucciso la madre Clitennestra, ed il suo amico Pilade, con lo scopo di compiere un oracolo di Apollo, cioè di rapire “sua sorella”. Quando Oreste rinsavirà, in seguito ad un colloquio con Ifigenia, comprenderà che la sorella da rapire non è quella di Apollo, cioè la statua di Diana, bensì la sua, Ifigenia appunto. Ma Ifigenia rifiuterà di ingannare il re, innamorato di lei, e gli riferirà il loro progetto. Colpito dall’onestà della fanciulla e dalla rivelazione che Oreste è suo fratello, il re li lascerà tornare in patria.
L’Ifigenia in Tauride rappresenta il nuovo ideale goethiano di umanità e morale sociale, ideali che, uniti a ragione e sentimento, possono risolvere i conflitti della società.
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