«Descraziate siciliane terramatta». Così Vincenzo Rabito racconta e giudica la Sicilia e i siciliani. Così ricorda con rabbia un infinito calvario di ingiustizie ed illusioni. Il cantoniere ragusano di Chiaramonte Gulfi, classe 1899, attraversa avventurosamente il Secolo Breve. Spietata memoria, la sua, rivelata nei diari segreti redatti in un singolare miscuglio di italiano e dialetto, ennesima declinazione di lingua popolare, quasi reinventata, elaborando negli anni, giorno dopo giorno, una parlata tanto improbabile quanto suggestiva, atavica, ancestrale, orale. L’unica possibile a lui, “inalfabeto”, ma irresistibilmente determinato ad uno sfogo che ferisce e commuove; confessione senza veli né menzogne, che l’amore del figlio Giovanni ha riportato alla luce in versione ridotta nel 1999. Ossia quattordici anni dopo la morte del padre (1981), sintetizzando la narrazione fluviale in un bestseller, intitolato appunto Terra matta.
Un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, «sia - è stato scritto - per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d'Italia».
Una vera e propria epopea dei diseredati. La prospettiva di chi narra dal basso un’esistenza “guerreggiata”, messa a dura prova nelle trincee della Grande Guerra, nella campagna d’Africa dove s’infrange il sogno fascista dell’impero coloniale, o sotto le bombe del secondo conflitto mondiale. Una vita segnata dalla fame atavica del Sud e devastata - sul versante privato - dal matrimonio corroso da una suocera terribile. Disagi non leniti neppure dall’improvviso benessere dal boom economico, la «bella ebica», che gli permette di garantire ai figli amatissimi una degna istruzione e un futuro di cui, come padre, va orgoglioso.
Dall’opera, pubblicata nel 2007 da Einaudi, il Teatro Stabile di Catania ha tratto l’omonima riduzione teatrale affidandola alla regia e all’interpretazione di un artista geniale come Vincenzo Pirrotta, straordinario cuntista e cantore della Sicilia, del suo splendore e dei suoi orrori, della sua storia illustre e del suo degrado.
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