La partecipazione di Bloom al funerale di un conoscente, morto, si dice, di un colpo apoplettico, ha come corrispondente omerico la discesa di Odisseo all’Inferno. Discesa nel nulla, questo è il significato che generalmente si attribuisce a questo episodio, particolare reso evidente dalla apparente vacuità del dialogo dei becchini di Amleto sulla morte e sulla vita, dalle diffuse considerazioni di carattere religioso, costantemente venate da ironia e disprezzo, dall’umore generalmente nostalgico con cui si guarda alla poca vita rimasta dalla soglia di un abisso. Ma il VI episodio ha come tema dominante il rapporto tra padre e figlio. Tutto il romanzo è in realtà anche il racconto di un inseguimento. Un padre alla ricerca di un figlio e di un figlio alla ricerca di un padre. Bloom, a contatto con gli altri che lo disprezzano, lo ignorano o lo trattano con condiscendenza, vive la sua visita in modo appartato e meditabondo, con l’animo colmo della memoria di Rudy – il figlio morto appena nato – e trasforma il suo dolore segreto in un postludio, abbandonandosi a una lunga fantasticheria sulla morte, concepita da lui solo nel suo aspetto fisico e materiale: questione di cellule, insomma, in una visione quasi chimica. Simbolo di questa situazione esistenziale è il personaggio ignoto, Mc Intosh, tredicesimo in fila al funerale, un fantasma uscito dal nulla e numero della Morte, un uomo cieco, che Bloom molto poeticamente chiama «uomini al buio», regalandomi un titolo che amo molto. Sull’altra sponda Stephen Dedalus sente «un abisso di temperamento e di destino» da suo padre e dai suoi amici. La moderna psicologia definirebbe questi due caratteri come l’introverso e l’estroverso. Mr. Bloom, un tipo che è nel mezzo, a momenti effusivo, eppure anche nei momenti del suo pensiero nero, prudentemente riservato o represso, molto più consanguineo del padre consustanziale di Dedalus. E il giovane Stephen che come Telemaco cerca il padre Ulisse senza in effetti mai trovarlo, e che nel suo dubbio affettivo trova la forma di un Amleto a noi contemporaneo ed eterno. Due uomini, questi miei personaggi, al capezzale di un Angelo morto, o com’è più giusto, in una eterna agonia.
Claudio Collovà |