La contessina Mizzi, scritta tra il giugno 1906 e l’aprile 1907, mette a fuoco, in maniera beffarda, la famiglia e il suo rito più istituzionale: il matrimonio. «Il matrimonio è la scuola della solitudine», ha più volte ripetuto Schnitzler, con evidente riferimento alla sua unione con la moglie Olga: le ritrosie, le incomprensioni, i condizionamenti e le ferite causate da quella lunga e complessa vicenda coniugale, hanno reso lo scrittore viennese uno dei più spietati analisti dell’istituto familiare, sacro laboratorio di menzogne e simulazioni.
Dalla prima all’ultima pagina della commedia non sembra esserci altra preoccupazione che celebrare o scongiurare questo evento. L’attenzione dello Schnitzler acuto osservatore della società è rivolta, in quest’opera, al mondo dell’aristocrazia e al rigido codice delle convenzioni che ne regolano e ne snaturano l’esistenza. La doppia morale, condannabile nel mondo borghese, è giustificata dalla ferrea e ipocrita legge del decoro in quello aristocratico. L’ironia della commedia è tutta nel sottotitolo: il Giorno in famiglia, che allude a un tranquillo incontro, è invece un giorno di rivelazioni di aspetti dolorosi e grotteschi di un non troppo lontano passato e produrrà delle situazioni disgreganti per una famiglia che fino allora aveva vissuto apparentemente tranquilla nella menzogna e nell’ipocrisia imposte dalle convenienze di classe. Mizzi è una delle grandi figure femminili dell’opera di Schnitzler, una donna che, con aristocratico contegno, ha sofferto in silenzio, lasciando che la sua vicenda umana si evolvesse senza interferire nel destino degli altri. Nonostante la satira, piuttosto marcata, del futile e vuoto mondo aristocratico, non sfugge tuttavia nella commedia un senso di umana comprensione, e persino di simpatia, nei riguardi di una classe che un tempo aveva retto, al di là di ogni critica, con dignità le sorti dell’Austria felix e che adesso, all’inizio del Novecento, è ormai soltanto l’ombra di se stessa.
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