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Stagione teatrale 2009-2010
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Mi chiamo Antonino Calderone
di Dacia Maraini
con Pino Caruso
da Gli uomini del disonore di Pino Arlacchi
regia scene e costumi P.Carriglio
produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo e Teatro Stabile di Catania

CALENDARIO DELLE RAPPRESENTAZIONI - TEATRO BELLINI


Sab.
 9 Gennaio 2010
21:00
Dom.
 10 Gennaio 2010
17:00
Mar.
12 Gennaio 2010
17:00
Mer.
13 Gennaio 2010
17:00
Giov.
 14 Gennaio 2010
17:00
Ven.
15 Gennaio 2010
21:00
Sab.
 16 Gennaio 2010
21:00
Dom.
 17 Gennaio 2010
17:00
Mar.
19 Gennaio 2010
17:00
Mer.
20 Gennaio 2010
17:00
Giov.
 21 Gennaio 2010
17:00
 
Ven.
22 Gennaio 2010
21:00
Sab.
 23 Gennaio 2010
21:00
Dom.
 24 Gennaio 2010
17:00
Mar.
26 Gennaio 2010
21:00
Mer.
27 Gennaio 2010
17:00
Giov.
 28 Gennaio 2010
17:00
Ven.
29 Gennaio 2010
21:00
Sab.
 30 Gennaio 2010
17:00
Sab.
 30 Gennaio 2010
21:00
Dom.
 31 Gennaio 2010
17:00

DETTAGLIO SPETTACOLO
 
Un assassino può suscitare simpatia? A volte sì, se assistiamo alla sua trasformazione, se seguiamo da vicino il travaglio che lo abita e lo riempie di dolore. Quest’uomo è Antonino Calderone, mafioso appartenente alla famiglia catanese, sopraffatto dalla violenza e dalla rapacità dei corleonesi che, a furia di brutalità cieca e delitti spietati, hanno preso in mano la criminalità organizzata siciliana.
Calderone ha raccontato la sua vita a Pino Arlacchi che ne ha fatto un libro. E io ho raccontato a mia volta, in forma teatrale, la storia di quest’uomo dalla vita avventurosa e difficile, inseguito dalla vendetta. Un uomo mite, non portato per carattere ai delitti, ma pur trascinato dalla storia familiare e dall’intimità col fratello, mafioso di rango, a pungersi il dito e accendere col fiammifero la famosa immaginetta della Madonna.
Un uomo costretto a fare sue le regole dell’omertà e del terrore, fino al punto da partecipare all’uccisione di tre bambini che avevano assistito senza saperlo all’assassinio di un “ribelle”. Forse sono proprio quei bambini a fare nascere un barlume di indignazione in un cuore incallito. Fatto sta che da quel momento Antonino Calderone comincia a tenersi da parte, a chiudersi in casa, a rifiutare la partecipazione attiva alle imprese della mafia. E infine, dopo l’omicidio del fratello deciderà di fuggire all’estero. Dove comunque non avrà pace, fra i sospetti della polizia internazionale, le vecchie denuncie che tornano attive, la vendetta dei corleonesi che continua a gravare sulla sua testa.
Il racconto che ci fa il mafioso pentito certo pecca di reticenze, di deformazioni, di aggiustamenti di punti di vista. Ma il fondo è sincero e lo si capisce dal tono delle verità che racconta. Calderone, palesemente semplice nella sua implicita complicazione, ci rivela piano piano se stesso, le ombre che premono sulla sua coscienza. La cosa sorprendente è che tutto, alla fine, contribuisce alla formazione di un giudizio obiettivo sulla mafia. E il giudizio personale, intimo, non può non trasformarsi in una larvale ma schietta consapevolezza culturale.
È ciò che vorremmo accadesse a un popolo, quello italiano, ancora troppo prigioniero dalla filosofia del “tanto non cambierà mai niente”.
Dacia Maraini
 
Diceva Voltaire, prendendo in prestito una massima di Erasmo, che ogni buon racconto è come un uovo, che, covato, genera altri racconti, all’infinito. La bella memoria, se è possibile considerare bella la confessione di un pentito, di Antonino Calderone, raccolta da Pino Arlacchi, ha già suscitato tanti e diversi racconti. L’ultimo, in trascrizione teatrale, questo di Dacia Maraini, che a sua volta sarà raccontato in palcoscenico da Pino Caruso.